Fondazione Musica per Roma sbarca in Europa

Fondazione Musica per Roma sbarca in Europa attraverso la partnership con alcuni importanti centri di spettacolo e di produzione musicale. I primi a siglare l’accordo sono Il Palacio Euskalduna di Bilbao, Il Kursaal di San Sebastian, Le Rocher de Palmer di Bordeaux e Il Centro Cultural De Belem di Lisbona, tutti centri che, come l’Auditorium Parco della Musica, hanno una programmazione trasversale in più sale e sono architetture contemporanee fra fine XX secolo e XXI secolo.

La Fondazione ha stipulato accordi di collaborazione basati su tre punti fondamentali: scambio di produzioni originali, promozione delle attività sui rispettivi territori nazionali, ospitalità reciproca e stage professionali per favorire la partnership e per aumentare il know how reciproco. Queste partnership serviranno a valorizzare la circuitazione internazionale delle produzioni musicali, di spettacolo e discografiche della Fondazione, valorizzare il brand della Fondazione e dell’Auditorium all’estero, favorendo un migliore posizionamento internazionale degli stessi, creare una rete stabile di collaborazione con altre istituzioni, favorendo anche co-produzioni, aumentare l’offerta di spettacoli internazionali a Roma, contribuire a diffondere la cultura organizzativa della Fondazione ed elevare il know how del proprio personale.

Queste partnership si inseriscono nell’ambito di un più ampio progetto di internazionalizzazione della Fondazione. Da un lato sono in fase avanzata, infatti, interlocuzioni per stringere accordi simili con il Muziekgebouw di Amsterdam, il Tel Aviv Cultural Center, il Foamglas di Aalborg, il Musikkalo di Helesinki, il Geisteig Kultur di Monaco di Baviera e il Southbank Center di Londra. Dall’altro la Fondazione ha aderito alla proposta di promuovere un grande Centro di Innovazione e conoscenza nel settore delle Industrie culturali e creative (KIC ICC), rispondendo a una call di finanziamento dell’European Institute of Innovation and Technology, candidandosi, in collaborazione con oltre 40 istituzioni culturali europee, a creare il più grande ecosistema continentale per prodotti e servizi innovativi nelle industrie culturali.

Sara Zuccari

Carolyn Carlson torna in Italia

Il 19 marzo prende il via il workshop guidato da Carolyn Carlson. Il 25 marzo al MANU (Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria) la presentazione di Mandala, coreografia di Carolyn Carlson interpretata dalla perugina Sara Orselli. A seguire la presentazione finale dei danzatori di C.R.E.A. Showcase n. 6 / Carolyn Carlson. Perugia porta in Italia Carolyn Carlson, la celebre coreografa statunitense, icona della danza, sarà in città per un workshop e due spettacoli speciali al MANU

Prima coreografa a ricevere un Leone d’Oro alla carriera, la sua poetica ha dato un contributo ingente alla danza contemporanea italiana.

Ballerina, Artista, figura cardine della danza, icona mondiale, Maestra e prima coreografa a ricevere un Leone d’Oro alla carriera; la sua poetica ha dato un contributo ingente alla danza contemporanea, influenzandone l’evoluzione fino ai giorni nostri. Carolyn Carlson, danzatrice e coreografa statunitense, arriva in Italia, a Perugia, nell’ambito del progetto C.R.E.A. (Choreography, Research, Empowerment, Audiences) di Dance Gallery, l’associazione perugina che dal 1994 si occupa di arti performative, danza e linguaggi del corpo.

Un triplo appuntamento che la vedrà protagonista nel capoluogo umbro da sabato 19, per il workshop, fino a venerdì 25 marzo, con ben due eventi presso il MANU (Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria).

Carolyn Carlson vanta un’influenza e un successo considerevoli nella nascita della danza contemporanea in Francia e in Italia con il GRTOP all’Opéra di Parigi e al Teatrodanza de La Fenice di Venezia. Ha creato più di 100 coreografie, di cui molte fanno parte delle pagine più importanti della storia della danza, da Density 21,5 Blue Lady Steppe, da Maa Signes, da Writings on water InannaNel 2006 la sua carriera è stata coronata da un Leone d’Oro, non era mai accaduto prima che alla Biennale di Venezia una coreografa ne fosse insignita. Figura cardine per intere generazioni di danzatori e coreografi di tutto il mondo, italiani compresi, grandiosa maestra di cui moltissime figure di spicco, dai direttori artistici delle più importanti realtà europee ai più grandi danzatori contemporanei, riconoscono l’immediatezza e la semplicità con la quale entra in connessione con le persone, riuscendo a farsi seguire nel proprio universo e lasciando ogni volta un segno importante.

Venendo al programma: il 19 marzo, si terrà il sesto, e ultimo workshop del progetto di formazione C.R.E.A., con un gruppo di 10 danzatori, guidato, appunto, da Carolyn Carlson. Il 25 marzo al MANU è previsto uno speciale doppio appuntamento. Alle ore 17 sarà presentato, Mandala, una coreografia del 2010 di Carolyn Carlson interpretata da Sara Orselli, con un adattamento site specific pensato proprio per gli spazi del Museo Archeologico. Dopo Mandala, a seguire, si terrà la restituzione del lavoro di creazione con i danzatori di C.R.E.A. Showcase n. 6 / Carolyn Carlson. Il doppio appuntamento del 25 marzo, promosso da Dance Gallery, è organizzato in collaborazione con il M.AN.U. e la Direzione regionale Musei Umbria. 

Ad interpretare Mandala sarà Sara Orselli, perugina doc, che, dopo la formazione al Dance Gallery, tra il 1999 e il 2002 si forma all’Accademia Isola danza della Biennale di Venezia diretta in quegli anni dalla stessa Carlson. Sua interprete dai quei tempi, è oggi assistente alle coreografie e nei progetti di formazione in tutto il mondo, oltre ad essere referente del repertorio Carlson che insegna in Teatri dell’Opera, compagnie e conservatori in Francia e in Europa.

Sara Zuccari

Open il favoloso patchwork di Daniel Ezralow 

Martedì 22 marzo ore 20:00 per il programma DANZA del Teatro Amilcare Ponchielli: Open uno spettacolo di Daniel Ezralow, scritto da Daniel Ezralow
Arabella Holzbog

Open è un favoloso patchwork di piccole storie che strizzano l’occhio allo spettatore con numeri a effetto, multimedialità, ironia e umorismo, all’insegna del più puro entertainment. “Un antidoto alla complicazione della vita”, come dichiara lo stesso Ezralow.

Un insieme di brevi quadri di ingegnose coreografie, magistralmente eseguite dai danzatori della compagnia, che fondono danza contemporanea e musica classica per un effetto di grande impattoOpenspettacolare inno alla libertà creativa e a tutti i successi creati da Ezralow, catapulta il pubblico in una nuova dimensione in cui umorismo e intensità danno vita a una miscela esplosiva di straordinaria fantasia creativa ed emozione scenica.

Uno spettacolo brillante e ricco di verve realizzato con gli occhi e il gusto di oggi. Come si legge sul “Los Angeles Times”Open è arte per tutti: riferimenti sofisticati, vistosa fisicità ginnica, giocosità colorata e luminosa, impressionanti proiezioni, umorismo e teatralità, umanità che fa ritorno alla natura rimanendo ancorata alla saggezza. Ezralow incoraggia l’audience a essere aperti alla vita.

Lo spettacolo rispecchia pienamente lo spirito del coreografo, il cui motto è: Muoversi saltare ballare sfuggire alla gravità e all’omogeneità della società e diventare sé stessi. La vita è un meraviglioso caleidoscopio di innumerevoli semplici azioni che sono uniche come ognuno di noiL’espressione della vita è di per sé una danza anche il brivido più impercettibile può essere bello.

Per decenni Daniel Ezralow ha sperimentato magistralmente ogni mezzo di esibizione dal vivo, dai teatri al cinema e alla TV, dai luoghi modesti ai più grandi palcoscenici del mondo. Con un approccio registico viscerale che fantasioso, il suo stile unico di espressione fisica gli è valso una distinta reputazione internazionale come artista rivoluzionario. Cofondatore dei MOMIX, regista e membro fondatore di ISO Dance, si è sempre distinto per il suo linguaggio unico e originale, in grado di stupire le platee di tutto il mondo.

Sara Zuccari

“Graces” coreografato e interpretato da Silvia Gribaudi

Con lo spettacolo di danza contemporanea “Graces” coreografato e interpretato da Silvia Gribaudi, prosegue mercoledì prossimo 12 gennaio la Stagione 2021/2022 del Cinema Teatro Comunale di Bomporto, curata da ATER Fondazione in collaborazione con l’Amministrazione comunale. Inizio alle 21, biglietto intero 10 euro, ridotto 7 euro. Sul palco con Silvia Gribaudi, i danzatori Siro Guglielmi, Matteo Marchesi e Andrea Rampazzo. La drammaturgia è della stessa Gribaudi con Matteo Maffesanti; disegno luci di Antonio Rinaldi, costumi di Elena Rossi. Una coproduzione Zebra/Santarcangelo Festival.

Graces è un progetto di performance ispirato alla scultura di Antonio Canova e al concetto di bellezza e natura. L’ispirazione è mitologica. In scena tre corpi maschili, tre danzatori dentro a un’opera scultorea che simboleggia la bellezza in un viaggio di abilità e tecnica che li porta in un luogo e in un tempo sospesi. Qui il maschile e il femminile si incontrano, lontano da stereotipi e ruoli. In scena anche l’autrice Silvia Gribaudi: la sua poetica trasforma in modo costruttivo le imperfezioni elevandole a forma d’arte con una comicità diretta, crudele ed empatica in cui non ci sono confini tra danza, teatro e performing arts.

Sara Zuccari

Lo Schiaccianoci la storia di un Balletto senza tempo

Centoventidue anni fa, precisamente il 18 dicembre 1892, il Mariinskij Theater di San Pietroburgo mise in scena un‘opera destinata ad entrare nella storia del balletto: si tratta de Lo Schiaccianoci, interpretato per la prima volta da Antonietta Dell’Era e Pavel Gerdt, sulle coreografie di Lev Ivanov e musiche di Pëtr Il’ič Čajkovskij.

La trama è ambientata in casa del ricco signor Stralhbaun, durante una festa organizzata per celebrare la vigilia di Natale. Tra addobbi e danze caratteristiche, il vecchio amico di famiglia Drosselmeyer intrattiene gli ospiti con giochi di prestigio, regali e pupazzi meccanici da lui stesso costruiti. Clara, figlia degli Stralhbaun, riceve in dono uno schiaccianoci con le fattezze di soldatino.

Entusiasta, alla fine della serata si addormenta abbracciata al suo schiaccianoci, immaginando un mondo fantastico che di lì a poco prenderà vita sotto i suoi occhi. Dopo aver combattuto contro il Re dei Topi e il suo esercito, inizia un viaggio nel Regno dei Dolci, in cui le leccornie diventano personaggi e ballano per allietare Clara e Fritz, lo schiaccianoci trasformatosi in uno splendido principe. Ma tutto è solo un sogno: Clara, si desta accanto all’albero di Natale con in braccio il suo dono inanimato, a rimanerle è solo il ricordo di creature incantate e affascinanti avventure.

Il balletto era stato commissionato al compositore dal capo dei Teatri Imperiali Russi, Ivan Aleksandrovič Vsevoložskij, in seguito allo straordinario successo ottenuto nel 1890 da La bella addormentata. Ad ispirare lo scenario un racconto di E.T.A. Hoffman, Schiaccianoci e il re dei topi (1816), riscritto da Alexandre Dumas padre nel 1844 in toni più vicini alla favola romantica, meno cruenti rispetto all’originale e adattati in forma di libretto da Marius Petipa. Malgrado la prima rappresentazione non riscosse un gran favore di pubblico, ad oggi la combinazione d’incantevoli coreografie e trame fiabesche hanno reso Lo Schiaccianoci uno dei più amati balletti di tutti i tempi.

Frequentemente rappresentato dalle maggiori compagnie internazionali, questo capolavoro ha subito conosciuto diverse versioni: nella produzione di Ivanov, la protagonista Masha (o Maria, poi Clara) è interpretata da una giovane allieva della scuola di ballo del teatro, un ruolo differente rispetto alla Fata Confetto, mentre i due personaggi si fondono nella versione di Aleksandr Gorskij del 1917. Nel 1923 Fëdor Lopokov rimaneggia a sua volta la trama del balletto, trasformandola sei anni dopo in un’opera eterogenea, talmente distante dalla tradizione da uscire immediatamente dal repertorio del Mariinskij.

Il debutto europeo avviene a Londra nel 1934 al Sadler’s Wells con la coreografia originale di Ivanov, seguito quattro anni più tardi, il 19 febbraio 1938, dall’esordio italiano alla Scala di Milano con grandi interpreti quali Olga Amati, Nives Poli e Pierluigi Marzoni, coreografie di Margarita Petrovna Froman. È proprio da quest’epoca che si susseguono le versioni più fortunate del balletto, come ad esempio quella di Vasily Vajnonen del 1934, che introduce per la prima volta aspetti introspettivi e psicologici nella favola. Proposto nel periodo natalizio in tutti i teatri internazionali seguendo i diversi arrangiamenti, Lo Schiaccianoci è ormai entrato a far parte della tradizione celebrativa mondiale.

Aldilà delle differenze, delle trame particolareggiate, dei protagonisti, Lo Schiaccianoci è ormai considerato la fiaba di Natale per antonomasia. É impossibile non farsi catturare dalla musica del Valzer dei Fiori, dal fascino esotico della Danza Araba, dall’incanto dei Fiocchi di Neve. La danza ha questa qualità meravigliosa: ci accompagna a suon di passi lungo un sentiero fatato, facendoci sentire parte di essa.


Trama del Balletto

Atto I
La storia si ambienta all’inizio del XIX secolo, in Germania. È la vigilia di Natale e il signor Stahlbaum organizza una festa per i suoi amici e per i loro bambini.
Questi, in attesa dei regali e pieni di entusiasmo, stanno danzando quando arriva il signor Drosselmeyer, lo zio di Clara e Fritz, che porta regali per tutti loro, intrattenendoli con giochi di prestigio, nonostante all’inizio incuta paura per la sua figura un po’ particolare. Drosselmeyer comincia a mostrare i suoi regali: Arlecchina, il soldatino e uno Schiaccianoci, automi meccanici, così perfetti da sembrare veri. Lo Schiaccianoci attira l’attenzione dei fratellini, che litigano e se lo strappano di mano fino a che Fritz, indispettito, lo rompe. Dopo averlo riparato lo zio lo affida alle cure di Clara. Stanca per le danze della serata la bambina, dopo che gli invitati si sono ritirati, si addormenta sul letto e inizia a sognare. È mezzanotte e tutto intorno a lei inizia a crescere: la sala, l’albero di Natale, i giocattoli. All’improvviso si sentono insoliti fruscii e squittii, strane presenze si aggirano per la stanza: sono topi che cercano di rubarle lo Schiaccianoci. Clara tenta di cacciarli quando lo Schiaccianoci si anima e partecipa alla battaglia con i soldatini di Fritz. Alla fine dello scontro rimangono lui e il Re dei Topi, che lo mette in difficoltà. Per salvare lo Schiaccianoci Clara afferra la sua scarpetta e la lancia addosso al Re dei Topi, permettendo allo Schiaccianoci di colpirlo a morte. Questi si trasforma allora in un Principe e Clara lo segue, entrando in una foresta incantata mentre la neve inizia a cadere. L’atto si chiude con uno splendido Valzer dei fiocchi di neve.

Atto II
I due giovani entrano nel Regno dei Dolci, dove al Palazzo Reale li riceve la Fata Confetto, che si fa raccontare dallo Schiaccianoci tutte le sue avventure, e di come ha vinto la battaglia contro il Re dei Topi.
Subito dopo tutti i cortigiani si esibiscono in una serie di danze che compongono il divertissement più famoso e conosciuto delle musiche di Čajkovskij e che rendono famoso il balletto, culminando nel conosciutissimo Valzer dei fiori. Infine, la Fata Confetto e il Principe si esibiscono in un delicatissimo Pas de deux.  Il balletto si conclude con il celeberrimo Valzer dei fiori e il sogno finisce: una volta risvegliatasi, mentre si fa giorno, Clara ripensa al suo magico sogno, con lo Schiaccianoci stretto fra le braccia.

Sara Zuccari

Foto Luciano Romano

Il Balletto di Siena in scena con “I temperamenti dell’amore”

Il 10 Dicembre 2021 alle ore 21:00 il Balletto di Siena porterà in scena, finalmente dal vivo nello spazio performativo BlackBox dell’Ateneo della Danza a Siena, l’ultima sua produzione I temperamenti dell’amore – Balletto in quattro quadri su musiche di Beethoven, che debuttò lo scorso Marzo in diretta streaming a causa delle restrizioni pandemiche.

Lo spettacolo vuole commemorare il duecentocinquantesimo anniversario dalla nascita di Ludwig van Beethoven. Un tentativo di descrivere l’amore in ogni sua accezione, in ogni sua essenza, in ogni sua sfumatura modulando lo spazio ed i corpi dei ballerini sulle note delle più rinomate opere del compositore tedesco. Quattro colori portavoci di quattro quadri, quattro disposizioni d’animo e quattro declinazioni dell’amore: rosso per l’Amore Ideale, grigio per l’Amore Libero, blu per l’Amore Ostacolato e verde l’Amore Irrealizzato. Questo viaggio nei sentimenti oltre a dar prova di grande tecnicismo da parte dei ballerini, è anche un messaggio di speranza e rinascita per la danza in un periodo in cui è stata troppo spesso dimenticata.

Il Balletto di Siena è una dinamica realtà artistica, i cui spettacoli affiancano accuratezza tecnica e uno stile di movimento carico di eleganza e passione. Ad oggi la compagnia conta elementi provenienti da tutto il mondo, e ha al suo attivo ben venti produzioni. Grazie alle forti basi tecniche e interpretative dei suoi danzatori, il Balletto di Siena porta in scena ed alterna, senza soluzione di continuità, produzioni classiche e nuovi spettacoli dal linguaggio prettamente contemporaneo.

Sara Zuccari

Mats Ek: l’arte della coreografia fatta persona

Mats Ek, il coreografo di spicco dei giorni nostri, nato a Malmö, in Svezia. La prima cosa che colpisce della sua vita è senza dubbio l’ambiente in cui è cresciuto: una famiglia di artisti, tutti di altissimo livello, in cui tutti fanno teatro e collaborano tra loro, a tal punto che non è semplice riconoscere i confini tra vita e arte. Mats è infatti il figlio di Birgit Cullberg (la “madre” della danza moderna in Scandinavia, danzatrice e coreografa illustre, nonché fondatrice del Cullberg Ballet) e di Anders Ek (grande attore teatrale e cinematografico, tra i preferiti di Ingmar Bergman); è anche il fratello minore di Niklas Ek, ottimo danzatore che ha lavorato in prestigiose compagnie (Cullberg Ballett, Merce Cunningham Dance Company, Ballet du XXe siècle) e ha una sorella gemella, Malin, attrice, e una cugina scenografa, Karin Ek.

Certamente la madre, una figura così importante nel panorama della danza contemporanea, ebbe un ruolo fondamentale e una grande influenza nella formazione artistica dei figli, e di Mats in particolare che, come lei, si dedicò presto alla coreografia. Inoltre, i genitori di Mats si separarono quando lui aveva solo un anno e l’assenza del padre rese ancora più significativa la figura materna. In realtà, il primo approccio di Mats, Niklas e Malin con la danza non fu positivo, poiché la danza era per loro un qualcosa che teneva la madre lontano da loro ed era quindi sinonimo di sofferenza.Birgit Cullberg, nel momento in cui decise di iniziare lo studio della danza classica con l’insegnante Lilian Karin, tentò di coinvolgere i tre figli, ma questi lasciarono subito perché non lo trovarono divertente. Lilian Karin ricorda le doti creative di Mats bambino, le piccole performances che egli organizzava a scuola per il piacere di esibirsi di fronte ad un pubblico che lo applaudiva.

In seguito, all’età di 17 anni, Mats, insieme al fratello Niklas, fu portato dal padre a lezione da Donya Fener, una danzatrice americana dalla quale apprese la tecnica Graham. Fu per lui un momento particolarmente importante che egli stesso ricorda così: «Quando, a 28 anni, ho iniziato a danzare, i tre mesi di studio della tecnica Graham che avevo fatto a 17 anni erano fortemente impressi nel mio corpo: quell’esperienza, quella memoria corporea forte, furono il mio punto di riferimento».
Dopo aver studiato teatro e nonostante i successi riscossi con le sue prime esperienze come regista, Mats decise di dedicarsi totalmente alla danza, perché sentiva l’esigenza di interpretare qualcosa e la danza gli sembrava il mezzo più adatto, il più naturale. Entrò così nel Cullberg Ballet e qui lavorò con grandi coreografi, come Kurt Jooss, Maurice Béjart, Jiri Kylian.

Presto però, intorno agli anni ’70, iniziò a dedicarsi alla coreografia, per la quale si accorse subito di avere un’eccezionale inclinazione e delle doti rare da trovare. È infatti come coreografo che Mats Ek si è imposto nel panorama internazionale della danza e la sua creatività geniale è oggi riconosciuta da tutti.
Le sue prime creazioni, come San Giorgio e il Drago, Soweto, La casa di Bernarda, sono accomunate dalla presenza di temi politici e sociali, a tal punto che la critica lo definì subito come un coreografo politicamente impegnato.

Ma è stato certamente con la sua versione di Giselle, presentata per la prima volta nel 1982, che Mats si è rivelato in tutta la sua grandiosità. La critica, pur riconoscendo all’unanimità tale lavoro come un capolavoro, gli rimproverò di aver abbandonato i temi impegnativi in favore delle favole; e tuttavia la sua Giselle non è affatto un’opera disimpegnata. In questo balletto Mats focalizza l’attenzione sugli esseri umani, scavando nei loro pensieri e sentimenti, analizzando le loro caratteristiche psicologiche, i loro comportamenti, il loro modo di relazionarsi. Di Giselle, una pietra miliare del balletto classico, egli dà una sua personalissima e quasi rivoluzionaria lettura, in cui la protagonista è una povera fanciulla di paese, debole di mente e di cuore, incapace di controllare gli istinti e le emozioni da dover essere tenuta legata. Così vive senza pudori e senza riserve, manifesta il suo amore ad Albrecht, dichiarandogli il suo desiderio di avere un figlio. Il II atto poi non è ambientato in un bosco incantato, come la Giselle ottocentesca, ma in un ospedale psichiatrico e non ci sono le vendicative Willi in tutù bianco, ma donne in camicia di forza.
La Giselle di Mats Ek è fortemente legata ad Ana Laguna, la prima interprete, senza la quale egli stesso riconosce che il personaggio di Giselle non sarebbe nato; Ana Laguna è oggi compagna di vita di Mats e madre di due dei suoi tre figli.
Dopo Giselle, Mats Ek riscrisse molti classici del balletto, sempre in maniera originale e rivoluzionaria: Il Lago dei Cigni, Carmen, La Bella Addormentata, ad esempio.
La caratteristica principale del suo linguaggio coreografico è il desiderio di comunicare, di dar voce all’anima attraverso il corpo; a lui non interessa la danza “pura”, in quanto la danza è per natura espressione, comunicazione. Afferma infatti: «Non potrei fare coreografie che fossero esclusivamente formali, invidio chi lo fa, ma io non ne sono capace».
La sua danza è chiara, parla sempre dell’uomo, in essa ogni movimento ha una propria ragion d’essere perché serve a dire qualcosa. Egli è convinto che un movimento espressivo, se è autentico, è sempre bello, ma se il suo fine è la bellezza, può anche risultare sgradevole. Nei balletti di Mats, quindi, è senza dubbio prioritaria la forza espressiva alla “pulizia” e perfezione tecnica.

L’idea della danza come comunicazione è certamente stata ereditata dalla madre, Birgit Cullberg, che a sua volta l’aveva ripresa da Kurt Jooss. Mats Ek, per realizzare un corpo “parlante”, fonde elementi tecnici con movimenti del tutto nuovi, colti dalla vita quotidiana. Nel suo linguaggio, le mani e i piedi hanno una grande funzione espressiva e spesso si muovono indipendentemente dal resto del corpo. Ogni parte del corpo è coinvolta nella realizzazione della comunicazione; ma ciò che più colpisce dei suoi danzatori è sicuramente la forza espressiva del volto. Spesso utilizza anche degli oggetti, veri e propri partners dei danzatori, e grande importanza hanno nei suoi balletti anche i costumi e le scenografie.
Il suo procedimento creativo non prevede l’improvvisazione, ma ciò non significa che non sia altrettanto importante per lui l’apporto dei danzatori nella costruzione di un personaggio. Mats è solito arrivare alle prove con la coreografia già pronta e curata nei minimi dettagli (anche nel rapporto con la musica) e con una serie di immagini, articoli di giornale, come stimolo da mostrare ai danzatori. I danzatori apprendono così la coreografia per imitazione, ma possono sbagliare ed è proprio dall’errore che possono nascere nuove idee.

I personaggi femminili (interpretati da danzatrici rigorosamente scalze) sono per lui il motore dell’azione, subìta dagli uomini; la figura della madre (non sarà certo un caso!) è una costante nei suoi balletti, così come sono spesso presenti gli atti di nascita. Chiaramente, se il parto è l’origine della vita, la madre rappresenta il motore stesso della vita. Un’altra costante dei suoi lavori è l’ironia: egli è convinto che se una situazione è spinta al limite della tragedia ha già in sé un po’ di comicità; Mats si diverte proprio a camminare su questa sottile linea di divisione tra pianto e riso. Molti suoi lavori si ispirano a drammi teatrali o a testi letterari, hanno quindi un carattere narrativo; ma c’è anche un Mats Ek surreal-impressionista (Grass, The Park).
Mats Ek ha realizzato anche coreografie per il teatro e per la televisione (Smoke, Wet Woman). Nel 1993 ha lasciato la direzione del Cullberg Ballet, per proseguire la sua carriera in maniera indipendente e negli ultimi anni si sta dedicando soprattutto al teatro.

Sara Zuccari